Passeggiando per San Francisco

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San Francisco è compatta, nel senso che sembra di girare per una città europea. Qui le macchine devono sgusciare tra i palazzi e non il contrario, come nelle tipiche città americane. Qui sventrano i piani inferiori di alberghi e uffici per trasformarli in parcheggi. È veramente a dimensione di persone e non di auto. Il problema è che è piazzata esattamente su una collina a precipizio sul mare: la pendenza media delle strade del centro è del 40%.

Crowded Cable carLa città però è ben servita da un efficiente rete di autobus, tram, metropolitane (privata e piuttosto cara, ma in 20 minuti ti porta a Berkeley, dall’altra parte della baia). E poi ci sono le pittoresche cable car: un mezzo di trasporto veramente incredibile, visto al giorno d’oggi. Queste vecchie vetture su rotaie arrancano verso la cima della collina, agganciandosi ad un cavo che passa in una scanalatura della strada; poi scendono per l’altro versante usando soltanto i freni. Si fermano in mezzo agli incroci per caricare e scaricare i passeggeri, e se non c’è posto all’interno si rimane aggrappati all’esterno dell’abitacolo.
Vedere il conducente pilotare questi aggeggi è uno spettacolo: praticamente saltano su una grande leva piazzata al centro della vettura e la manovra con ampi movimenti di tutto il corpo: a vederli sembra anche piuttosto faticoso. A completare la teatralità della scena, arrivati al capolinea, tipicamente urlano frasi come: Vi amo tutti, ma adesso levatevi dai piedi!.

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Verso San Francisco

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21 agosto 2007

San Francisco Skyline Tempo di lasciar Los Angeles, dopo appena quattro giorni; destinazione: San Francisco. L’autobus mi passerà a prendere a Venice Beach alle 11:15am. I miei amici possono portarmi in macchina, ma soltanto prima delle 8, perché poi devono andare al lavoro. Non c’è problema, dice lei: ti infili in un bar e ordini qualcosa, ad esempio un caffè. Poi dopo un po’ ordini delle uova strapazzate, dopo un altro po’ di tempo ordini un altro caffè, quindi una bagel. Il segreto è distribuire le ordinazioni in un tempo abbastanza lungo, senza ordinare tutto subito. E poi, qui nei bar sono molto tolleranti, non ti verranno mai a dire niente. In più, se metti sul tavolo un libro e un taccuino e cominci a scrivere, facendo finta di lavorare come fanno molti da queste parti, ti prenderanno per un vip e ti lasceranno a maggior ragione in pace.

Mi infilo nel primo bar che trovo: è gestito da messicani, che, come tutti i messicani e cioè un terzo degli 11 milioni di persone che vivono a Los Angeles, parlano inglese in maniera alquanto improbabile. Chiedo delle uova con pancetta con un qualche tipo di pane che ora non ricordo; la ragazza alla cassa non capisce. Ripeto lentamente la mia ordinazione altre due volte, facendo attenzione all’accento e scandendo bene le parole. Niente. Esasperato ripeto la stessa identica frase, masticando le parole e facendo uscire suoni che potrebbero assomigliare a moltissime cose tranne che all’inglese: mi capisce!
A questo punto però tutto il bar ha ormai capito che non sono americano e la copertura del vip al lavoro non regge - un ragazzo nero seduto in un tavolino vicino al mio viene quasi subito a chiedermi da dove vengo e che cosa sto scrivendo ;) Al che metto via il taccuino, lasciando perdere ogni pretesa di copertura e dedicandomi unicamente alla lettura di Steinbeck e alla bagel.

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