L’insegnante di lingua 5

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Introduzione

Dicesi traduzione molto libera – talvolta anche sfrenata od incauta – quando date due parole attinenti col significato della frase originale, le si accosta fino a costruire una frase – propriamente detta accrocchio – totalmente decontestualizzata e spiazzante. Le conseguenze di tale approccio linguistico possono essere infauste e possono sovente comportare anche danni fisici. Meglio procedere con ordine.

Epilogo (ordine? qualcuno disse ordine?)

interlocutore a caso: come è andata oggi la lezione?
me: sapessi, il si è sporcata col caffè bollente scottandosi, un casino!
ic: si è fatta molto male?
me: lei no; io sono pieno di lividi

Antefatto

Piove, siamo tutti stanchi e fatichiamo a parlare qualunque lingua più o meno nota – figuriamoci quelle ignote. Lei sta trafficando con una tazza di caffè caldo, quando riesce a versarne la metà sul tavolo. Mentre si arrabatta ad asciugare e spostare libri e noci di cocco (non chiedetemi perché nella cucina dell’ufficio ci siano dei tavolini con candele ricavate all’interno di mezze noci di cocco – erano lì prima che arrivassi), prova a giustificarsi, ma l’inglese oggi le si incastra tra i denti.

il: sorry, the coffee is hot and I’m tired, I mean, no, yes, ‘coz of the wheather, you know it’s raining – sorry; the table is dirty – I mean – now the coffee and… ahh: now I’m hotty and dirty
me: what? you? you are… what?
il: I’m hotty and dirty
crash ROTFL
il: how did you fall on the floor?
me: ehm, nell’indecisione tra un’erezione e un risata, ho scelto la seconda
il: hey, I can’t understand your Italian
me: you don’t want to. hotty and dirty, you say?
il: uhm, maybe
ari-crash ancor-ROTFL
il: why are you on the floor again?
me: just doing the right choice twice
me: are you sure about what you’ve just said?
il: yeah… ehm, quite
me: (uno sguardo perplesso la osserva da sopra gli occhiali)
il: maybe I’m not so sure…
me: (la sopracciglia sinistra si inarca)
il: ok, what did I say in English?
me: (la sopracciglia destra imita la sinistra)
il: maybe I don’t want to know…
me: no, you don’t

Uccidere gli inquilini non porta bene

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Il trasloco di qualche tempo fa ha prodotto tra i vari effetti collaterali anche un bici in prestito, che aspettava soltanto di essere messa alla prova su un terreno adeguatamente impervio. Così il mio padrone di casa mi ha portato a fare un giro nella Foresta Nera. Beh, tecnicamente la Foresta nera rimane leggermente più a ovest – appena qualche decina di chilometri, ma se avessi scritto il boschetto sulla collina dietro casa non avrebbe prodotto lo stesso effetto.

ciclista folle: ora lasciamo la strada per un sentiero in mezzo al bosco molto bello
me: bene
cf: magari rallentiamo un pochino…

Che già si sente un po’ puzza di bruciato, ma non ho modo di riflettere sulla cosa – in effetti non ho neppure il tempo di rallentare – perché devo evitare un mucchio di rami secchi esattamente al centro del percorso. Peccato che sia pieno di mucchi di rami secchi e che non ci sia affatto alcun percorso; il terzo mucchio decide di rimanere imperterrito esattamente in mezzo alla mia traiettoria, nonostante le mie prodezze cerchino di convincere la traiettoria a pensarla diversamente.

Mentre cerco di uscire da sotto i rami, cf torna indietro:

cf: non capisco qui c’era una bellissimo sentiero…
me: intendi dire prima che si formassero le montagne e crescesse la foresta?
cf: in effetti saranno almeno due mesi che non passo di qui
me: non sembra molto frequentato
cf: già, probabilmente ero l’unico a passare di qui

Ripartiamo; dopo 500 metri una tripla curva a gomito nel fango termina in un dosso con tanto di salto finale (siano benedette le mountain bike con le sospensioni). Peccato che nel bel mezzo del salto ci sia un ramo puntato a guisa di lancia verso la faccia dell’incauto ciclista. Con un urlo di dolore mi accascio in un cespuglio. Nuovamente cf torna indietro:

cf: sono finito anch’io su quel ramo…
cf: …pensavo di dirti qualcosa, ma poi ho pensato che la tua vista poteva essere migliore della mia
me: ahi, no, non lo è
cf: che vuoi che sia, una volta lungo questa strada sono quasi finito contro un capriolo!

Uhm, non sono sicuro che questo mi consoli. La prossima volta devo ricordare a cf che, essendo anche il mio padrone di casa, se ci tiene a vedere regolarmente tutti i mesi l’affitto, gli conviene mantenermi in vita.

Configurazioni sotterranee

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Quando entro da Subway, vedo i menu scritti in inglese e sento il sottofondo di chiacchiere tra soldati americani di stanza nella vicina base militare, mi sembra di essere in America; dimentico di essere in Germania e mi verrebbe spontaneo parlare in inglese. Peccato che i dipendenti non siano d’accordo.
Di solito mi arrangio in qualche modo, ma oggi sono stanco e la ragazza al banco è uno di quelli che non parlano neanche mezza parola di inglese. Chiedo al collega che mi accompagna se mi può aiutare lui e ordinare per me. Lui mi tranquillizza; ci penserà lui.
Lei si gira verso di me e dice: «Hallo!»
Lui si gira verso di lei e dice: «il mio collega non parla tedesco» e se ne va.
Io mi giro verso il cielo e dico: «Scheiße!»

Sandwich Konfigurator

La prossima volta stampo l’ordine dal Konfigurator.

Guarda che avete vinto

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Non amo il calcio. In effetti odio il calcio. La gente mi guarda e commenta – ma sei sicuro di essere italiano? Io di solito rispondo che ho anche dimenticato il cellulare a casa. Questo li tranquillizza: è opinione comune che un italiano non possa vivere senza il proprio cellulare, dunque o non vivo o non sono italiano. Essendo che sto parlando – per di più di solito in inglese, è decisamente più probabile che non sia italiano.
Purtroppo ogni tanto mi lascio convincere ad assistere ad una partita.
Francia-Italia del 17 giugno 2008: 2-2; arbitrano uno spagnolo ed un danese. Due a due nel senso che a casa di una coppia di francesi, a guardare la partita ci sono due italiani, più altri personaggi meno direttamente interessati per via della nazionalità.
Alla fine qualcuno mi ha detto che abbiamo vinto – perché tra discussioni su rugby, golf e partite alla wii io non me ne sarei neppure accorto.

L’insegnante di lingua 4

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Una sera mi chiama il mio boss per chiedermi il numero della mia insegnante di tedesco; sostiene che deve fare un’operazione di reception beautification. La mattina dopo un collega mi dice che ha visto in giro il: praticamente, doveva venire un cliente importante per una riunione o qualcosa del genere, così le ha chiesto di fare da receptionist all’evento.

Mentre bevo il mio caffè, qualcuno mi afferra una spalla:

il: ehi, oggi riusciremo a fare lezione come previsto alla solita ora

Dapprima mi giro verso di lei, poi inizio a correre verso l’ufficio del boss (accidenti, la tazzina – torna indietro, appoggia la tazzina, ricomincia a correre):

me: boss! boss!
boss: che succede?
me: che accidenti hai combinato?
boss: …
me: hai chiesto a il di fare la receptionist oggi?
boss: sì, ma finirà prima dell’ora della vostra lezione
me: appunto: il problema è proprio questo!
boss: …
me: immagino tu abbia presente quanto il sia gnoc… ehm, piacente, vero?
boss: certo; allora?
me: credo che tu possa immaginare come non possano sussistere reciprocamente nella stessa frase, se non separate da una moltitudine (dispari) di negazioni, le espressioni “imparare il tedesco” e “insegnante in minigonna di pelle
boss: hai visto eh, è stata o no una buona scelta? Dovevi vedere come la seguiva il cliente: avrà male al collo per un po’!

Certo che se ne fa una questione di priorità, come non dargli ragione.

L’insegnante di lingua 3

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Di fronte alla porta dell’ufficio, invece del campanello, c’è un telefono: chiami l’interno desiderato – o eventualmente quello della segretaria – e chiedi che ti aprano la porta. Semplice e funzionale.

me: allora quando arrivi puoi chiamare direttamente il mio interno, così non disturbi nessuno e io arrivo
il: perfetto
me: te lo sei segnato?
il: sì sì
me: bene, inoltre per chiamarmi da fuori basta aggiungere l’interno alla parte iniziale del numero – comune per tutti – così se ad esempio devi spostare una lezione, sai come contattarmi
il: allora siamo d’accordo

Due giorni dopo, ricevo una chiamata dal telefono di Segretaria 1 (sul display compare il nome di chi chiama): «c’è il in linea, te la passo.
Non trovava il numero.
Quattro giorni dopo, chiamata da Segretaria 2: «c’è il alla porta, potresti andare tu ad aprire?»
Non si ricordava che aveva il numero.
Sette giorni dopo, chiamata dal dipartimento IT: «c’è il in linea, te la passo».
L’aveva chiamata per spostare il corso di italiano e lei si era fatta passare me per spostare la nostra lezione.
Nove giorni dopo, chiamata dal dipartimento sviluppo hardware: «c’è il alla porta; vai ad aprirle?»
Aveva scritto le tre cifre dell’interno in ordine inverso.
Undici giorni dopo, chiamata da Segretaria 1: «ciao, sono il! sono alla scrivania di S1; mi raggiungi?»
Una volta trovato il numero giusto, è riuscita a chiamarmi dal telefono sbagliato!

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