Soffro o son desto?

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Capisco che si faccia di necessità virtù e che talvolta l’accrocchio possa rappresentare l’approccio più diretto benché non indolore… ma ci dovrebbe essere un limite alla licenze poetiche di un programmatore, dannazione!

Disclaimer: ciò che segue è riservato ad un pubblico di code monkeys - prego astenersi le persone sane che vogliono mantenere la propria mente utilizzabile.

[sfogo mode on]
È mai possibile creare un makefile - dico un makefile, manco uno script in qualunque linguaggio più o meno serio di programmazione - che

  • genera un file temporaneo contenente un programmino in javascipt; ovviamente grazie ad una fitta serie di condizioni viene generato solo il codice specifico per il compito che deve essere risolto - in pratica è un codice javascript mutante
  • fa una query su un database
  • fa il parsing del risultato testuale della query e passa i dati come parametri al suddetto javascript
  • il codice mutante manda alcune mail e quindi in base a certe condizioni fa un certo numero di query in un altro database, modificando alcuni record
  • infine succedono qualche centinaio di altre cose, tipo che il makefile si richiama ricorsivamente perché ha bisogno di vedere i nuovi dati nel database

[sfogo mode off]

Purtroppo son desto e soffro.

Configurazioni sotterranee

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Quando entro da Subway, vedo i menu scritti in inglese e sento il sottofondo di chiacchiere tra soldati americani di stanza nella vicina base militare, mi sembra di essere in America; dimentico di essere in Germania e mi verrebbe spontaneo parlare in inglese. Peccato che i dipendenti non siano d’accordo.
Di solito mi arrangio in qualche modo, ma oggi sono stanco e la ragazza al banco è uno di quelli che non parlano neanche mezza parola di inglese. Chiedo al collega che mi accompagna se mi può aiutare lui e ordinare per me. Lui mi tranquillizza; ci penserà lui.
Lei si gira verso di me e dice: «Hallo!»
Lui si gira verso di lei e dice: «il mio collega non parla tedesco» e se ne va.
Io mi giro verso il cielo e dico: «Scheiße!»


Sandwich Konfigurator

La prossima volta stampo l’ordine dal Konfigurator.

Probabilità di capirsi

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Immaginate la situazione: Windows in inglese (americano), Regional and Language Options in tedesco, tastiera italiana. Installazione di un software: in che lingua apparirà l’installazione? Beh, all’incirca, la probabilità che appaia in inglese è il 50%, mentre la probabilità che sia in tedesco potrebbe essere il rimanente 50%. Il software stesso invece avrà un 33% di probabilità di aprirsi con interfaccia in inglese, in tedesco o in italiano, rispettivamente. Il rimanente 1% avrà un comportamento non specificato (diciamo che potrebbe apparire in giapponese, swahili o klingoniano - ma per ora trascuriamo questa condizione). Ogni software utilizza infatti una combinazione arbitraria e differente di questi parametri per decidere quale lingua usare di default, spesso permettendo all’utente di modificare questa opzione soltanto addentrandosi profondamente in un’interfaccia in una lingua totalmente arbitraria e potenzialmente a lui (utente) ignota. Aggiungiamo che alcuni programmi - diciamo circa il 10% - hanno qualche piccolo bug nella gestione della lingua, per cui l’interfaccia potrebbe essere mista; ad esempio le stringhe in inglese ma le didascalie dei bottoncini nella toolbar in tedesco (vedi GPG).

La probabilità che tutti i programmi aperti siano in una lingua a me comprensibile risulta effettivamente piuttosto bassa. A questo punto, si verificherà sicuramente una situazione del genere: un cliente telefona e, dopo una lunga spiegazione in lingua a me non nota, si aspetterà che sia in grado di aiutarlo nell’utilizzare un programma a sua volta in una lingua a me non comprensibile. Le possibili soluzioni sono due: imparare la lingua a me non nota - ci sto lavorando ma ancora i risultati latitano, o passare la telefonata ad una persona che comprenda la lingua a me non nota.

Nonostante fosse una lingua a lui nota, non è stato comunque in grado di aiutarlo. Temo che la probabilità di capirsi dipenda molto poco dalla condizione di parlare una lingua per entrambi comprensibile (ammesso che esista, naturalmente).

ticketless

geek life, travel 5 Comments »

Pochi click più un paio di codici copiati dalla carta di credito e posso finalmente sentirmi libero dalla schiavitù delle file in biglietteria. Un SMS sul cellulare, prontamente spostato nell’agenda premendo qualche pulsante e il sogno della convergenza mediatica si realizza e va oltre, permettendo di unificare anche i servizi oltre alle informazioni. É quasi consolante sentirsi geek in questo mondo in costante evoluzione: ti senti la persona giusta al posto giusto.

Comodamente seduto in treno col portatile in grembo e la connessione umts attiva, mentre il controllore si avvicina, navigo su GMail alla ricerca degli estremi della mia prenotazione - so di averla anche sul cellulare, ma quanto è più geek recuperarla direttamente da internet. Attendo che arrivi, cullato dalla sfacciata comodità della tecnologia, crogiolandomi all’idea delle autostrade dell’informazione che, come i binari, si stendono davanti a me perdendosi all’orizzonte.

Controllore: tickectless anche lei?

Lo fisso attonito, meditando se rispondergli: sì, la prego, ho tanta fame, non ha mica qualche spicciolo, o meglio ancora, qualche bit? Il mondo virtuale che mi sono faticosamente costruito mi crolla addosso - almeno non fa male quanto un mondo reale mentre mi colpisce dritto alla tempia. Per un attimo mi sono sentito come quelli che ti fermano in stazione, raccontandoti una balla improponibile per giustificare la loro disperata necessità di recarsi da qualche parte e sono sempre alla ricerca dell’ultimo euro che gli manca per comprare il biglietto: anche quando prendi lo stesso treno tutti i giorni, a loro sistematicamente manca sempre lo stesso ultimo euro.

Controllore: ticketless dunque? posto 27, giusto?

E io, con le guance rigate di lacrime, non ho il coraggio di rispondergli altro che E17BXR. Lui se ne va soddisfatto, ma la mia geekness sanguina.

Doom in Turin

facts, geek life, hacks, torino 3 Comments »

La difficoltà di sopravvivere a questa città mi ha costretto a lasciar perdere per un po’ il blog. Non che questo rappresenti un dramma per molti, ma il mio obiettivo di riuscire a mantenere un blog e crearsi un minimo di credibilità online non è certo sulla buona strada. Comunque: ho trovato casa a partire dal 1 novembre, che in pratica significa dal 4 viste le festività. Per ora mi sono trasferito dall’albergo dove stavo, in un residence, il che significa che ora va molto meglio dal punto di vista alimentare, rispetto a quello che avevo raccontato qui.

Domenica scorsa sono riuscito finalmente a raggiungere il residence in cui mi trovo ora: è una struttura degli anni ‘50 e, anche se ben tenuta, dimostra i suoi anni. Arrivato a tarda sera, mi avvio per prendere l’ascensore: il neon che lo illumina è rotto e lampeggia. Le scale, ben illuminate, sono molto più invitanti. Le valigie ridacchiano, mentre le mia braccia protestano e mi costringono a scegliere l’ascensore. In fondo sono solo 3 piani, penso! L’ascensore è lentissimo e impiega almeno 5 minuti, nell’oscurità di un vano ascensore che può ospitare soltanto 3 persone, formato lillipuziani, mentre il neon continua a lampeggiare. Se sono sopravvissuto senza danni mentali permanenti, credo sia stato solo grazie all’allenamento di Doom 3: chi ci ha giocato in una stanza buia con le cuffie e il volume alto, può forse rendersi vagamente conto del fascino di questa esperienza!
Mi ero ripromesso di fare un video con la macchina fotografica, ma due giorni dopo l’avevano già riparato: troppo efficienza da queste parti :cool:

Questo residence in cui sono capitato - sì, perché alla fine era l’unico che risultava disponibile nel periodo di mio interesse, mentre per tutti gli altri il controllo della disponibilità online non era disponibile - è praticamente dall’altra parte di Torino rispetto a dove lavoro. Il TomTom mi fa fare un percorso assurdo, passando praticamente esattamente in mezzo alla città invece di aggirarla per quanto possibile, col risultato che nel traffico della mattina ci vogliono 50 minuti per arrivare in ufficio. Dopo 3 giorni di aggiustamenti al tragitto, a colpi di evita questa strada, poi anche quest’altra, poi ancora questa e così via, sono arrivato al punto di impiegare soltanto (!) 40 minuti; peccato che ne servissero 15 prima di partire per correggere il percorso. Il quarto giorno ho scoperto che basta ignorare il navigatore in certi punti strategici: in un paio di incroci invece di girare, proseguo diritto e, dopo aver ricalcolato per la seconda volta, magicamente il navigatore si rende conto che in realtà esiste un percorso molto più semplice e che, pur in condizioni di traffico pesante, richiede appena mezz’ora.

Alimentatore d’emergenza per TomTom

geek life, hacks 1 Comment »

Che poi, quando uno se le cerca, se le merita anche.

Alimentatore da macchina per tomtom a 4€Ho dimenticato la ventosa del navigatore in macchina - lo so, sono un coglione. Me lo sono già detto da solo, non serve che infieriate. Risultato prevedibile: finestrino sfondato; hanno rubato tutto quello che c’era, cioè, oltre alla ventosa, l’alimentatore da macchina.

Non sono riuscito a trovare un negozio, supermercato, catena di elettronica che vendesse gli accessori per TomTom. So che nei negozi Comet si trovano, ma in Piemonte non hanno punti vendita :roll:
Si può ordinare sul loro sito, alla modica cifra (!) di 24,95€, a cui va aggiunta la irrilevante somma (!!) di 9,95€ per la spedizione. E garantiscono soltanto (!!!) 5 giorni lavorativi per evadere l’ordine. Economico ed efficiente :shock:
Peccato che intanto mi trovi in una città che non conosco e il navigatore abbia una entusiasmante (!!!!) autonomia di circa mezz’ora :evil:

Come ultimo tentativo sono andato da Carrefour, dove ho trovato un meraviglioso alimentatore USB (in mezzo agli accessori per iPod) da macchina, per l’esorbitante cifra di 4€. Occorre portarsi dietro un cavo in più, ma funziona a meraviglia!

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