Nov 11
In un locale, una persona che non vedevo da anni, rivolgendosi ad un amico comune, in piedi vicino a me:
p1: ma è proprio lui?
p2: sì
p1: ma veramente?
p2: sì, è lui
p1: saranno almeno 5 anni che non lo vedo!
p2: sai, vive a Torino
In quel mentre mi giro.
me: ciao!
p1: ma dai; e così vivi a Torino; ma da quanto tempo?
me: due mesi
p1: ah
Mi rendo conto che c’è un certo disassamento spazio-temporale in tutto ciò…
Oct 14
La difficoltà di sopravvivere a questa città mi ha costretto a lasciar perdere per un po’ il blog. Non che questo rappresenti un dramma per molti, ma il mio obiettivo di riuscire a mantenere un blog e crearsi un minimo di credibilità online non è certo sulla buona strada. Comunque: ho trovato casa a partire dal 1 novembre, che in pratica significa dal 4 viste le festività. Per ora mi sono trasferito dall’albergo dove stavo, in un residence, il che significa che ora va molto meglio dal punto di vista alimentare, rispetto a quello che avevo raccontato qui.
Domenica scorsa sono riuscito finalmente a raggiungere il residence in cui mi trovo ora: è una struttura degli anni ‘50 e, anche se ben tenuta, dimostra i suoi anni. Arrivato a tarda sera, mi avvio per prendere l’ascensore: il neon che lo illumina è rotto e lampeggia. Le scale, ben illuminate, sono molto più invitanti. Le valigie ridacchiano, mentre le mia braccia protestano e mi costringono a scegliere l’ascensore. In fondo sono solo 3 piani, penso! L’ascensore è lentissimo e impiega almeno 5 minuti, nell’oscurità di un vano ascensore che può ospitare soltanto 3 persone, formato lillipuziani, mentre il neon continua a lampeggiare. Se sono sopravvissuto senza danni mentali permanenti, credo sia stato solo grazie all’allenamento di Doom 3: chi ci ha giocato in una stanza buia con le cuffie e il volume alto, può forse rendersi vagamente conto del fascino di questa esperienza!
Mi ero ripromesso di fare un video con la macchina fotografica, ma due giorni dopo l’avevano già riparato: troppo efficienza da queste parti
Questo residence in cui sono capitato - sì, perché alla fine era l’unico che risultava disponibile nel periodo di mio interesse, mentre per tutti gli altri il controllo della disponibilità online non era disponibile - è praticamente dall’altra parte di Torino rispetto a dove lavoro. Il TomTom mi fa fare un percorso assurdo, passando praticamente esattamente in mezzo alla città invece di aggirarla per quanto possibile, col risultato che nel traffico della mattina ci vogliono 50 minuti per arrivare in ufficio. Dopo 3 giorni di aggiustamenti al tragitto, a colpi di evita questa strada, poi anche quest’altra, poi ancora questa e così via, sono arrivato al punto di impiegare soltanto (!) 40 minuti; peccato che ne servissero 15 prima di partire per correggere il percorso. Il quarto giorno ho scoperto che basta ignorare il navigatore in certi punti strategici: in un paio di incroci invece di girare, proseguo diritto e, dopo aver ricalcolato per la seconda volta, magicamente il navigatore si rende conto che in realtà esiste un percorso molto più semplice e che, pur in condizioni di traffico pesante, richiede appena mezz’ora.
Aug 01
Ieri sarebbe dovuto essere il mio ultimo giorno di lavoro… nel senso che ieri appunto scadeva il contratto. Stamattina però mi sono presentato comunque in ufficio, con l’idea di discutere quantomeno con che modalità concludere il progetto su cui ho lavorato negli ultimi mesi e che è purtroppo soltanto quasi terminato.
Ho preso il caffè, controllato la posta (il fornitore ha confermato l’ordine che ho fatto ieri - bene), dato un’occhiata ai feed per vedere che succedeva nel mondo. Poi mi sono detto: è ora di affrontare il discorso per cui sono venuto qui oggi. Come ho alzato gli occhi ho realizzato che qualcosa non andava… ero da solo!
Ieri era il mio ultimo giorno di lavoro, non l’ultimo di tutti gli altri… credo. Temo ci sia qualcosa che non ho capito del mondo, in particolare del mondo del lavoro.
Comunque sia ho deciso di andarmene e dirigermi verso casa. Mentre giravo la chiave nella toppa, un brivido mi ha attraversato la schiena: per un attimo ho temuto che i colleghi che non erano in ufficio, per uno strano meccanismo di contrappasso, si fossero presentati a casa mia. Invece non c’era proprio nessuno, neppure il gatto.
Jul 08
Ci proviamo a sembrare professionali, a dimostrare che ce la possiamo fare a essere internazionali. In eurostar il capotreno dà gli annunci come se fossimo in aereo: “grazie per aver viaggiato con trenitalia”; come se per viaggiare in treno esistesse un’alternativa. Poi non pago li ripete in inglese, con prestazioni che spesso rasentano l’assurdo. Me li immagino a leggere da un foglietto scarabocchiato dopo una lezione ultrarapida quanto inutile di pronuncia, chiusi in bagno per non far vedere che in realtà loro l’inglese non lo sanno.
Termina l’annuncio in italiano, attacca con quello in inglese: angosciante… oltre ad una pronuncia assurda inserisce nella frase parole inesistenti, prese da chissà dove. Di fianco a me è seduta una coppia di ragazzi inglesi; lei ha un’espressione a metà tra lo sbigottimento e l’angoscia. Nel momento in cui si gira verso di me mi rendo conto che anch’io devo avere dipinta sul volto un’espressione di autentico orrore. Fatto sta che scoppiamo entrambi a ridere; lei prova a dire qualcosa, ma gli arctic monkeys in cuffia coprono i suoi commenti di disgusto; leggere il labiale in inglese è ancora un po’ troppo al di là delle mie possibilità - non ci sono mai riuscito neppure in italiano.
Poi penso: ho almeno instillato il dubbio nell’opinione che una turista straniera riporterà a casa propria, che non tutti gli italiani siano così abietti nel maneggiare le lingue e l’inglese in particolare; meglio non rovinare tutto. Sorrido, alzo il volume, tiro fuori il giornale per far vedere che sì, sono proprio italiano e non un turista straniero anch’io ed evito di sfoggiare la mia meravigliosa pronuncia.
Jul 05
Roma, circa un mese fa. Intenti ad ammirare il panorama dell’Urbe seduti su una scalinata, ci troviamo coinvolti in una conversazione con un inglese seduto lì vicino, che tiene particolarmente a sviscerare tutte le differenze tra la polizia inglese e i carabinieri nostrani.
Salutiamo e andiamo per la nostra strada. Circa un’ora dopo ci incrociamo nuovamente; salutiamo con un cenno e andiamo oltre. Percorsi circa 20 passi, sentiamo urlare a squarciagola: DÉJÀ VU!!!. Ci giriamo giusto in tempo per vedere il nostro amico, giratosi a malapena a metà verso di noi, che prosegue per la sua strada e scompare alla vista.
Tra qualche ora parto alla volta di Roma per il fine settimana: chissà quali déjà vu mi attendono stavolta…
Jun 04
Mi ero ripromesso di parlare solo di cose assolutamente irrilevanti, ma non potevo non mostrare la foto della nostra potentissima squadra.
Considerate anche che ho creato questo blog soltanto per fare qualche blando tentativo, non avendo ancora deciso se portarlo avanti o meno… e nella foto in questione me lo trovo già linkato (anche se soltanto in una nota, dove compare soltanto come testo e non come link)! Non ci si può proprio distrarre un attimo.
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