Passeggiando per San Francisco

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San Francisco è compatta, nel senso che sembra di girare per una città europea. Qui le macchine devono sgusciare tra i palazzi e non il contrario, come nelle tipiche città americane. Qui sventrano i piani inferiori di alberghi e uffici per trasformarli in parcheggi. È veramente a dimensione di persone e non di auto. Il problema è che è piazzata esattamente su una collina a precipizio sul mare: la pendenza media delle strade del centro è del 40%.

Crowded Cable carLa città però è ben servita da un efficiente rete di autobus, tram, metropolitane (privata e piuttosto cara, ma in 20 minuti ti porta a Berkeley, dall’altra parte della baia). E poi ci sono le pittoresche cable car: un mezzo di trasporto veramente incredibile, visto al giorno d’oggi. Queste vecchie vetture su rotaie arrancano verso la cima della collina, agganciandosi ad un cavo che passa in una scanalatura della strada; poi scendono per l’altro versante usando soltanto i freni. Si fermano in mezzo agli incroci per caricare e scaricare i passeggeri, e se non c’è posto all’interno si rimane aggrappati all’esterno dell’abitacolo.
Vedere il conducente pilotare questi aggeggi è uno spettacolo: praticamente saltano su una grande leva piazzata al centro della vettura e la manovra con ampi movimenti di tutto il corpo: a vederli sembra anche piuttosto faticoso. A completare la teatralità della scena, arrivati al capolinea, tipicamente urlano frasi come: Vi amo tutti, ma adesso levatevi dai piedi!.


Le via principale del centro è Comlubus Avenue, che per buona parte del suo percorso passa attraverso il quartiere italiano: qui addirittura la strada cambia nome e diventa Corso Cristoforo Colombo. Anche le vetrine di bar e ristoranti sono ricoperte di scritte in italiano; l’unico bar della zona che ho frequentato un po’ di volte, era l’unico senza neanche una scritta in italiano e in cui, a colazione, potevo chiedere caffè americano con panna - servito in un boccale da birra - e una bagel farcita con uova e pancetta.

Proseguendo lungo Columbus Avenue invece si finisce a Chinatown: qui le scritte sono tutte rigorosamente in cinese, così come le conversazioni lungo la strada, ma almeno i nomi delle strade rimangono in inglese. La tristezza di questo posto è che alle 7pm i ristoranti chiudono e nel giro di un’ora e mezzo i bar abbassano le saracinesche. Non che abbia mai rimpianto di non poter entrare in questi posti frequentati soltanto da cinesi, ma passare di qui la sera, mette veramente tristezza, specie se si è appena passati dall’affollato quartiere italiano.

Poi, scendendo sul versante della collina opposto al mare, si finisce a Union Square: qui ci sono spesso concerti la sera e un gran passeggio, soprattutto di turisti - anche molti italiani. Agli angoli delle strade - quei pochi non occupati da un barbone che chiede l’elemosina - si piazzano dei gruppi e improvvisano un concerto, offrendo poi i loro CD al pubblico.

Lustrascarpe Dopo questa parentesi di allegria, si arriva su Merchant street, una delle strade principali di San Francisco, che la taglia a metà in diagonale: proseguendo verso il quartiere messicano, la popolazione cambia decisamente: qua e là gruppi numerosi di ragazzi passeggiano spensierati schiamazzando; davanti ai locali ci sono accrocchi di persone in file per entrare ai numerosi concerti, musical e spettacoli di ogni genere. Ma vista da un pedone solitario, dopo il tramonto, questo luogo è decisamente diverso: oltre ai soliti barboni - che non mancano mai - passano gruppetti di ragazzi messicani: qualche isolato più in là inizia infatti Mission, il quartiere messicano. Anche qui la popolazione messicana è numerosa - anche se molto meno che a Los Angeles - e povera. Rimanendo su Merchant street almeno si incrociano parecchie pattuglie di polizia, spesso intente a controllare i documenti di gruppetti di ragazzi faccia al muro e mani ferme lungo i fianchi; nelle parallele, da entrambi i lati di Merchant Street, sia verso Tenderloine che verso Mission, però la polizia non mette piede.

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