21 agosto 2007
Tempo di lasciar Los Angeles, dopo appena quattro giorni; destinazione: San Francisco. L’autobus mi passerà a prendere a Venice Beach alle 11:15am. I miei amici possono portarmi in macchina, ma soltanto prima delle 8, perché poi devono andare al lavoro. Non c’è problema, dice lei: ti infili in un bar e ordini qualcosa, ad esempio un caffè. Poi dopo un po’ ordini delle uova strapazzate, dopo un altro po’ di tempo ordini un altro caffè, quindi una bagel. Il segreto è distribuire le ordinazioni in un tempo abbastanza lungo, senza ordinare tutto subito. E poi, qui nei bar sono molto tolleranti, non ti verranno mai a dire niente. In più, se metti sul tavolo un libro e un taccuino e cominci a scrivere, facendo finta di lavorare come fanno molti da queste parti, ti prenderanno per un vip e ti lasceranno a maggior ragione in pace.
Mi infilo nel primo bar che trovo: è gestito da messicani, che, come tutti i messicani e cioè un terzo degli 11 milioni di persone che vivono a Los Angeles, parlano inglese in maniera alquanto improbabile. Chiedo delle uova con pancetta con un qualche tipo di pane che ora non ricordo; la ragazza alla cassa non capisce. Ripeto lentamente la mia ordinazione altre due volte, facendo attenzione all’accento e scandendo bene le parole. Niente. Esasperato ripeto la stessa identica frase, masticando le parole e facendo uscire suoni che potrebbero assomigliare a moltissime cose tranne che all’inglese: mi capisce!
A questo punto però tutto il bar ha ormai capito che non sono americano e la copertura del vip al lavoro non regge - un ragazzo nero seduto in un tavolino vicino al mio viene quasi subito a chiedermi da dove vengo e che cosa sto scrivendo
Al che metto via il taccuino, lasciando perdere ogni pretesa di copertura e dedicandomi unicamente alla lettura di Steinbeck e alla bagel.
Dopo quattro ore finalmente arriva il bus; sono il primo a salire. Gli altri hanno prenotato il pick up in altri punti, il che significa che le sei ore di viaggio da Los Angeles a San Francisco, per me diventeranno otto, perché prima deve passare a prendere gli altri passeggeri in varie zone di questa distesa infinita di quartieri di periferia che è Los Angeles.
Prima tappa per il pranzo dopo circa tre ore, in un’area di servizio in mezzo al deserto, one hour far from the middle of nowhere, come la definisce l’autista giapponese. Temperature intorno ai 100°F (38°C) all’ombra, che comunque non esiste: un distributore di benzina, un fast food e tanta polvere.
Le restanti quattro ore di viaggio passano molto meglio, chiacchierando con Steff, una ragazza inglese che sta facendo il giro del mondo ed è ormai arrivata all’ultima tappa, qui in California. Alla fine le chiedo cosa pensa del mio inglese: l’accento italiano è molto forte, ma l’inglese è molto buono, dice. Alla faccia di chi (e cioè io, sostanzialmente) temeva che non me la sarei cavata in giro per l’America da solo!
Arrivati a San Francisco, capisco perché mi avevano caldamente consigliato di prendere un taxi, anche per percorrere poche centinaia di metri: le pendenze delle strade sono infatti mediante intorno al 40% e oltre. Addirittura qui fanno la multa se dimentichi di parcheggiare l’auto con le ruote girate verso il marciapiede. L’autista - un fine umorista - dopo avermi scaricato, dice che il mio albergo è in fondo a questa strada. Peccato che, nel dirlo, abbia indicato verso l’alto ![]()










July 3rd, 2008 at 5:44 pm
[...] ne ignorava sicuramente la storia. Mi era infatti stato prestato da amici l’estate scorsa, mentre vagavo per la California, ovviamente in una edizione inglese. Nel mentre di quelle peregrinazioni, sono passato anche da [...]