Qui a Torino va di male in peggio e i post scivolano sempre più avanti. Per cui, mi sembra l’occasione giusta per tornare sul mio argomento preferito.
20 agosto 2007
A metà mattina, sotto un ridente sole angelinos di agosto - nel senso che ha il coraggio di ridere mentre picchia come un fabbro, che qua mica si scherza - con la bici prestatami dai miei amici, percorro la pista ciclabile che corre lungo la spiaggia per tutta la costa di Los Angeles. Piuttosto tortuosa e con abbondanza di saliscendi, non è esattamente un passeggiata; comunque in qualche modo riesco a percorrere le 13 miglia (21 chilometri) che separano Manhattan Beach da Venice Beach, anche se a metà le condizioni della mia fronte si rivelano tali da costringermi ad un tappa in una baracchina sulla spiaggia, alla ricerca di una cappellino e una Powerade alla spina formato super extra large.
Venice beach è un luogo meraviglioso, popolato da hippie nostalgici, sensitivi che ti prevedono il futuro per qualche dollaro, skater pazzi che si lanciano giù per le rampe di scale, andando a schiantarsi contro la centrale di polizia, che tra l’altro è alla ricerca di nuove reclute, casomai foste interessati (n.d.a. vedi foto più in basso). La popolazione da spiaggia è proprio quella dei serial alla Bay Watch: surfisti più o meno improvvisati e ragazze in bikini e tacchi altissimi (n.d.a. vedi foto sopra e non chiedere perché ho invertito l’ordine delle foto). Non dimentichiamoci poi della fauna di Muscle Beach, il luogo dove è nato il culturismo, grazie a personaggi come il governatore Schwarzy: la palestra all’aperto è stata spostata da Santa Monica al lungomare di Venice Beach, in un recinto di cemento a forma di panca con tanto di bilanciere e dischi caricati. L’unico personaggio che si sta allenando (per modo di dire - in realtà qui nessuno si allena; vengono soltanto per farsi vedere) è un negrone di quasi due metri per almeno 130kg, vestito con un paio di mutande tigrate.
Quello che in tv non fanno ovviamente vedere è la massa di barboni che popola il prato che affianca la pista ciclabile, tra la spiaggia e il lungomare pedonale popolato delle bancherelle più improbabili.
Affaticato dalla lunga pedalata, mi stendo anch’io all’ombra di una palma: nel giro di qualche minuto si avvicina un barbone e inizia a parlare. Mi fa una lezione sui tifoni, che sull’altra costa (o meglio, nell’Oceano Atlantico) si chiamano uragani. Nell’Oceano Pacifico invece vengono chiamati tifoni, ma sono la stessa cosa, mi spiega. Quindi prosegue raccontandomi nei minimi dettagli perché si formano e la modalità con cui i meteorologi assegnano loro i nomi. Infine mi descrive minuziosamente gli effetti dei tifoni quando raggiungono la costa di Los Angeles: le onde sono talmente alte che l’acqua arriva fino a due isolati nell’entroterra. Certo che deve essere pericolo dormire in spiaggia nel periodo dei tifoni, commento io; lui conferma. D’altra parte la vita dei barboni non deve essere uno scherzo neppure qui, nonostante il clima mite tutto l’anno che consente di vivere all’aperto senza troppi problemi.
Dopo una chiacchierata di quasi un’ora, mi congedo gentilmente: I’m supposed to be in Santa Monica for lunch time, sorry, I’ve to go. See yah.
A Los Angeles non ci sono tifoni. Più a sud, in Messico, sì, ma non arrivano mai così a nord.
Ah, prima di andare via, gli ho anche chiesto come mai fosse finito sulla strada. Mi ha raccontato una storia assurda di un appuntamento mancato da un medico, dopodiché tre autobus in fila si sono rifiutati di farlo salire, per cui non potendo tornare a casa, ha deciso di rimanere a vivere sulla spiaggia di Venice Beach.









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